INIZIATIVE

Zappalà ROMEOGIULIET 01
5/5/2009
Redazionale del 10 maggio 2009
Redazionale del 10 maggio 2009
A proposito dei Dieci, cento, mille Baricco
La questione culturale non dibattuta, tra Uomini e mezz’uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà.
Le crisi sembrano un buon lasciapassare per qualsiasi avventura, una sorta di “scorciatoia” per affrontare il presente senza alcuna responsabilità verso il passato ma anche per prospettare un futuro indistintamente altro , qualsiasi – a condizione che sia privo di crisi.
La crisi si accompagna con emergenza, l'emergenza necessita di soluzioni e le soluzioni fanno coppia con decisioni. Qui nasce il problema: chi le suggerisce, chi le prende, quanti ne gioveranno e quant'altri le subiranno.
In tempi di crisi tutto è più semplice: la scelta – la qualsiasi – ha le forme dell'ineluttabile, la solennità della decisione “grave ma necessaria”, e chi la compie , o solo la suggerisce o l'afferma, chiede eguale attenzione e adesione quale quella riservata ad un eroe, ad un impavido... una voce fuori dal coro e quindi coraggiosa …forse a questo pensava il nostro intellettuale nel redigere il suo intervento.
La storia, quella stessa che le crisi vogliono silenziare a favore di soluzioni decisioniste, misurerà gli esiti di quelle scelte e attribuirà alle azioni un valore proprio: svuotate dal contesto di emergenza i fatti assumono il significato delle conseguenze e gli scenari allora futuribili diventano il “paesaggio” a cui sono tenuti tutti, anche coloro che a quelle scelte non sono stati chiamati.
In una stanchezza (o forse “stitichezza”) di dialogo – umano prim'anco che culturale, la crisi irrompe con genuina violenza, sconquassa certezze, posizioni, rendite e convinzioni almeno li dove si credeva che ci fossero. Ogni analisi viene tacciata di “vecchiume” e le critiche di sterile contrapposizione ideologica.
In questo contesto è difficile esprimere ogni tipo di contributo tanto da far pensare che nessuno desidera un'idea o un parere forse perché si ritiene che la conclusione sia già scritta.
In assenza di dialogo - prima sorprende eppoi risulta superfluo e colluso , quell'intervento che, con altre parole, fa il verso a quello che il potente di turno chiede di sentire. E se non c'è collusione, già Mino Maccari in Asterischi sentenziava “Ogni imbecille tollerato è un'arma regalata al nemico”
La soluzione, invocata da qualcuno – attesa da altri, ha un sapore di resa dei conti, con un retrogusto un po' marinettiano . "La guerra è la sola igiene del mondo" diceva il poeta interventista, "C'è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno …........è un punto delicato perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business” interviene l' intellettuale su un dibattito mai aperto, anche perché la controparte – di oggi come di ieri - non ha mai interloquito né intende farlo adesso...... c'è la crisi.....
Quanto piace la “politica del fare”oggi che c'è crisi e poco importa se per la soluzione ci si riferisce, ancora una volta, al libero mercato come se fosse un'entità positiva, una sorta di dio naturale, potente e benevolo, capace di corrispondere a tutti i suoi adepti - quelli degni si intende. Già, proprio quello stesso libero mercato che ha piegato tutti i settori del(l'economia) reale e privato di dignità molti cittadini, perché in fin di conti questo sono i disoccupati e i precari, quello è invocato come elisir per la cultura nel nostro paese.
Con la favola del libero mercato e il gioco del corrispondere alle “esigenze reali” , anche l'intellettuale si allinea all'idea di dismettere ogni politica culturale, quasi che questa debba essere una conseguenza del mercato e non un progetto ex ante che indirizzi e determini il mercato stesso.
Fa sorridere - amaro - che lo Stato sia legittimato a intervenire per salvaguardare imprese private, buone o zoppe che siano, e un intellettuale chiede di dismettere gli aiuti - già esigui - alle imprese di spettacolo a favore di settori gia assistiti ; si creano ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e si chiede che il lavoratore dello spettacolo – precario per eccellenza - affronti la sua attività “confrontandosi” con il mercato reale; si indica la ricerca come un obbiettivo d'investimento prioritario e se qualcuno cerca di mantenerla nello spettacolo e nella cultura viene tacciato di parassitismo; la presenza del “Made in Italy” all'estero viene sostenuta con importanti risorse, fiere ed esposizioni eppoi per presentare la produzione teatrale, musicale e di danza italiana all'estero a stento si può accedere a un contributo sui trasporti aerei, in classe turistica si intende.
Se ne deduce che l'impresa di spettacolo non vale quanto un'impresa manifatturiera o di servizio, il lavoratore di spettacolo è un lavoratore di serie B, la ricerca nello spettacolo non è ricerca, l'opera di ingegno italiana può essere un motore a scoppio, una mozzarella ma sicuramente non uno spettacolo. Per finire: gli oltre cinquantamila scritturati dello spettacolo ( senza considerare gli indotti e la filiera) sono meno lavoratori degli impiegati del pubblico impiego o degli operai delle piccole imprese del nord ( quelle da 12/15 lavoratori, proprio come le compagnie medie di spettacolo).
Non è una impressione: l'intellettuale gioca a rifare le regole del condominio senza conoscere I vicini, malgrado racconti di averci “lavorato a qualsiasi livello” . La cultura e lo spettacolo chiedono di avere “cittadinanza” - pari doveri ma anche diritti, essere supportati e non “sopportati”, riconosciuti come segmento vitale e produttivo del Paese e non come minoranza assistita e parassita.
Ma l'intellettuale occupa I piani alti del condominio, non sa, non capisce , – o forse non si applica. Con una metodica da piano di studi universitario liquida il passato in tre moduli, tralascia il passato prossimo e il presente in quanto non interessanti e arriva alla visione alta e altra.
Annullare il contesto e trasformarlo in pretesto è la soluzione degli ominicchi che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi – quando non hanno strumenti per un confronto: o te ne vai o dichiari “estinto” l'oggetto del confronto.
Non è provocazione riaffermare che le cose vanno male, anche se da una ribalta pregevole come quella di un quotidiano nazionale: i settori dello spettacolo e dei beni culturali lo ripetono da molti anni e la loro richiesta di nuove regole , di un rinnovato approccio al tema della cultura nel nostro Paese, cade nel vuoto.Non è provocatorio neanche prospettare di trasferire I fondi alla televisione e alla scuola, anche se non si capisce cosa se ne possono fare, ci compreranno le matite, visto che gli interventi per lo spettacolo in confronto alla spesa di questi settori rappresenta meno del 6%.
E' da quaquaraquà addurre esempi di virtuosismo presi a prestito da settori altri, distanti per natura e storia: l'editoria come testimonial di libero mercato culturale con circa un miliardo di contributo statale, detassazione d'imposta e tanto vizio di trust da sollecitare interventi ripetuti del garante e dell'authority, non è proprio un buon riferimento.
E' da qualunquisti pensare che “l'esigenza reale” debba essere la misura del “necessario culturale”: eppoi a quale cittadinanza ci si dovrebbe riferire per monitorare l'esigenza culturale , a quella delle città o dei paesi sotto I diecimila abitanti, a quella dei giovani, dei vecchi e degli emarginati o a quella degli statali, del casertano piuttosto che del varesotto......... o per esigenza reale di intendono le visioni degli analisti, degli opinionisti, dei tuttologi. Molto del “reale” contemporaneo è fasullo, mediatico, corrotto, viziato da un mercato indotto e gonfiato, talmente diffuso e colluso da occulture la vita stessa: la crisi non è solo economica.
Rispondendo all'attuale “reale”la cultura dovrebbe redimersi.........
Le crisi sono l'appendice di epoche in cui qualcosa non è andato, non ha funzionato, Affrontarle può essere un buon banco di prova per una cittadinanza condivisa e consapevole, un occasione per valutare e affrontare ciò che è necessario per I più , ma anche per ri-misurarsi e non solo verso il presente: l'esistenza dovrebbe essere qualcosa di più.
Quello che sconforta non è la crisi, per quanto dolorosa e temibile possa manifestarsi , ma volerla superare riciclando soluzioni gia espresse, testate e risultate fallimentari , sapendo delle lacerazioni che queste determineranno e ritenendole fisiologiche e funzionali ad un progetto “inespresso”, tutto questo è delinquenza culturale, nel senso etimologico del termine. Che programma è una nuova “alfabetizzazione ….. per leggere e scrivere il moderno” ? Perchè alfabetizzazione e non educazione . Nel febbraio del '42 Goebbels vara un progetto di revisione dei vocabolari tedeschi destinati ai popoli sottomessi e ne annuncia l'alfabetizzazione . La lingua deve riflettere in sé e ribadire le gerarchie e I significati che il nuovo corso della storia viene istituendo..... Perchè la new age non ha promosso una alfabetizzazione mondiale ora che siamo entrati nell'Era dell'Acquario?
C'è uno sparti acque , un confine, una linea che distingue l'umanità e quindi anche il nostro mondo del teatro, della danza, della musica e di tutti I mestieri che in esso convivono : chi pratica e chi non pratica, chi vive e chi racconta del vivere degli altri, chi lavora e chi guarda lavorare, chi prova qualcosa e chi è frigido. Da questa parte della linea, in questo piccolo mondo reso “nicchia” da interessi altri, tutto è terribilmente semplice : se canti male sei stonato, se balli male cadi, se suoni male predi una stecca, se reciti male sei un cane, se metti in scena il mediocre il pubblico ti abbandona. Lo stesso vale al contrario.
Va da sè che il sentire di questa parte del mondo è più immediato, sempre nel senso etimologico quindi di non mediato e quando capita qualcuno come l'ennesimo intellettuale che vuole “soluzionarci” non possiamo che affermare che, per rimanere in tema con la citazione di Maccari ,Un imbecille non si annoia mai: si contempla – come ricorda Rémy de Goncaurt.
E le Pietre se la ridono.
Le crisi sembrano un buon lasciapassare per qualsiasi avventura, una sorta di “scorciatoia” per affrontare il presente senza alcuna responsabilità verso il passato ma anche per prospettare un futuro indistintamente altro , qualsiasi – a condizione che sia privo di crisi.
La crisi si accompagna con emergenza, l'emergenza necessita di soluzioni e le soluzioni fanno coppia con decisioni. Qui nasce il problema: chi le suggerisce, chi le prende, quanti ne gioveranno e quant'altri le subiranno.
In tempi di crisi tutto è più semplice: la scelta – la qualsiasi – ha le forme dell'ineluttabile, la solennità della decisione “grave ma necessaria”, e chi la compie , o solo la suggerisce o l'afferma, chiede eguale attenzione e adesione quale quella riservata ad un eroe, ad un impavido... una voce fuori dal coro e quindi coraggiosa …forse a questo pensava il nostro intellettuale nel redigere il suo intervento.
La storia, quella stessa che le crisi vogliono silenziare a favore di soluzioni decisioniste, misurerà gli esiti di quelle scelte e attribuirà alle azioni un valore proprio: svuotate dal contesto di emergenza i fatti assumono il significato delle conseguenze e gli scenari allora futuribili diventano il “paesaggio” a cui sono tenuti tutti, anche coloro che a quelle scelte non sono stati chiamati.
In una stanchezza (o forse “stitichezza”) di dialogo – umano prim'anco che culturale, la crisi irrompe con genuina violenza, sconquassa certezze, posizioni, rendite e convinzioni almeno li dove si credeva che ci fossero. Ogni analisi viene tacciata di “vecchiume” e le critiche di sterile contrapposizione ideologica.
In questo contesto è difficile esprimere ogni tipo di contributo tanto da far pensare che nessuno desidera un'idea o un parere forse perché si ritiene che la conclusione sia già scritta.
In assenza di dialogo - prima sorprende eppoi risulta superfluo e colluso , quell'intervento che, con altre parole, fa il verso a quello che il potente di turno chiede di sentire. E se non c'è collusione, già Mino Maccari in Asterischi sentenziava “Ogni imbecille tollerato è un'arma regalata al nemico”
La soluzione, invocata da qualcuno – attesa da altri, ha un sapore di resa dei conti, con un retrogusto un po' marinettiano . "La guerra è la sola igiene del mondo" diceva il poeta interventista, "C'è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno …........è un punto delicato perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business” interviene l' intellettuale su un dibattito mai aperto, anche perché la controparte – di oggi come di ieri - non ha mai interloquito né intende farlo adesso...... c'è la crisi.....
Quanto piace la “politica del fare”oggi che c'è crisi e poco importa se per la soluzione ci si riferisce, ancora una volta, al libero mercato come se fosse un'entità positiva, una sorta di dio naturale, potente e benevolo, capace di corrispondere a tutti i suoi adepti - quelli degni si intende. Già, proprio quello stesso libero mercato che ha piegato tutti i settori del(l'economia) reale e privato di dignità molti cittadini, perché in fin di conti questo sono i disoccupati e i precari, quello è invocato come elisir per la cultura nel nostro paese.
Con la favola del libero mercato e il gioco del corrispondere alle “esigenze reali” , anche l'intellettuale si allinea all'idea di dismettere ogni politica culturale, quasi che questa debba essere una conseguenza del mercato e non un progetto ex ante che indirizzi e determini il mercato stesso.
Fa sorridere - amaro - che lo Stato sia legittimato a intervenire per salvaguardare imprese private, buone o zoppe che siano, e un intellettuale chiede di dismettere gli aiuti - già esigui - alle imprese di spettacolo a favore di settori gia assistiti ; si creano ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e si chiede che il lavoratore dello spettacolo – precario per eccellenza - affronti la sua attività “confrontandosi” con il mercato reale; si indica la ricerca come un obbiettivo d'investimento prioritario e se qualcuno cerca di mantenerla nello spettacolo e nella cultura viene tacciato di parassitismo; la presenza del “Made in Italy” all'estero viene sostenuta con importanti risorse, fiere ed esposizioni eppoi per presentare la produzione teatrale, musicale e di danza italiana all'estero a stento si può accedere a un contributo sui trasporti aerei, in classe turistica si intende.
Se ne deduce che l'impresa di spettacolo non vale quanto un'impresa manifatturiera o di servizio, il lavoratore di spettacolo è un lavoratore di serie B, la ricerca nello spettacolo non è ricerca, l'opera di ingegno italiana può essere un motore a scoppio, una mozzarella ma sicuramente non uno spettacolo. Per finire: gli oltre cinquantamila scritturati dello spettacolo ( senza considerare gli indotti e la filiera) sono meno lavoratori degli impiegati del pubblico impiego o degli operai delle piccole imprese del nord ( quelle da 12/15 lavoratori, proprio come le compagnie medie di spettacolo).
Non è una impressione: l'intellettuale gioca a rifare le regole del condominio senza conoscere I vicini, malgrado racconti di averci “lavorato a qualsiasi livello” . La cultura e lo spettacolo chiedono di avere “cittadinanza” - pari doveri ma anche diritti, essere supportati e non “sopportati”, riconosciuti come segmento vitale e produttivo del Paese e non come minoranza assistita e parassita.
Ma l'intellettuale occupa I piani alti del condominio, non sa, non capisce , – o forse non si applica. Con una metodica da piano di studi universitario liquida il passato in tre moduli, tralascia il passato prossimo e il presente in quanto non interessanti e arriva alla visione alta e altra.
Annullare il contesto e trasformarlo in pretesto è la soluzione degli ominicchi che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi – quando non hanno strumenti per un confronto: o te ne vai o dichiari “estinto” l'oggetto del confronto.
Non è provocazione riaffermare che le cose vanno male, anche se da una ribalta pregevole come quella di un quotidiano nazionale: i settori dello spettacolo e dei beni culturali lo ripetono da molti anni e la loro richiesta di nuove regole , di un rinnovato approccio al tema della cultura nel nostro Paese, cade nel vuoto.Non è provocatorio neanche prospettare di trasferire I fondi alla televisione e alla scuola, anche se non si capisce cosa se ne possono fare, ci compreranno le matite, visto che gli interventi per lo spettacolo in confronto alla spesa di questi settori rappresenta meno del 6%.
E' da quaquaraquà addurre esempi di virtuosismo presi a prestito da settori altri, distanti per natura e storia: l'editoria come testimonial di libero mercato culturale con circa un miliardo di contributo statale, detassazione d'imposta e tanto vizio di trust da sollecitare interventi ripetuti del garante e dell'authority, non è proprio un buon riferimento.
E' da qualunquisti pensare che “l'esigenza reale” debba essere la misura del “necessario culturale”: eppoi a quale cittadinanza ci si dovrebbe riferire per monitorare l'esigenza culturale , a quella delle città o dei paesi sotto I diecimila abitanti, a quella dei giovani, dei vecchi e degli emarginati o a quella degli statali, del casertano piuttosto che del varesotto......... o per esigenza reale di intendono le visioni degli analisti, degli opinionisti, dei tuttologi. Molto del “reale” contemporaneo è fasullo, mediatico, corrotto, viziato da un mercato indotto e gonfiato, talmente diffuso e colluso da occulture la vita stessa: la crisi non è solo economica.
Rispondendo all'attuale “reale”la cultura dovrebbe redimersi.........
Le crisi sono l'appendice di epoche in cui qualcosa non è andato, non ha funzionato, Affrontarle può essere un buon banco di prova per una cittadinanza condivisa e consapevole, un occasione per valutare e affrontare ciò che è necessario per I più , ma anche per ri-misurarsi e non solo verso il presente: l'esistenza dovrebbe essere qualcosa di più.
Quello che sconforta non è la crisi, per quanto dolorosa e temibile possa manifestarsi , ma volerla superare riciclando soluzioni gia espresse, testate e risultate fallimentari , sapendo delle lacerazioni che queste determineranno e ritenendole fisiologiche e funzionali ad un progetto “inespresso”, tutto questo è delinquenza culturale, nel senso etimologico del termine. Che programma è una nuova “alfabetizzazione ….. per leggere e scrivere il moderno” ? Perchè alfabetizzazione e non educazione . Nel febbraio del '42 Goebbels vara un progetto di revisione dei vocabolari tedeschi destinati ai popoli sottomessi e ne annuncia l'alfabetizzazione . La lingua deve riflettere in sé e ribadire le gerarchie e I significati che il nuovo corso della storia viene istituendo..... Perchè la new age non ha promosso una alfabetizzazione mondiale ora che siamo entrati nell'Era dell'Acquario?
C'è uno sparti acque , un confine, una linea che distingue l'umanità e quindi anche il nostro mondo del teatro, della danza, della musica e di tutti I mestieri che in esso convivono : chi pratica e chi non pratica, chi vive e chi racconta del vivere degli altri, chi lavora e chi guarda lavorare, chi prova qualcosa e chi è frigido. Da questa parte della linea, in questo piccolo mondo reso “nicchia” da interessi altri, tutto è terribilmente semplice : se canti male sei stonato, se balli male cadi, se suoni male predi una stecca, se reciti male sei un cane, se metti in scena il mediocre il pubblico ti abbandona. Lo stesso vale al contrario.
Va da sè che il sentire di questa parte del mondo è più immediato, sempre nel senso etimologico quindi di non mediato e quando capita qualcuno come l'ennesimo intellettuale che vuole “soluzionarci” non possiamo che affermare che, per rimanere in tema con la citazione di Maccari ,Un imbecille non si annoia mai: si contempla – come ricorda Rémy de Goncaurt.
E le Pietre se la ridono.