Diaghilev s.r.l.
Cantieri Teatrali
del Terzo Millennio
OEDIPUS
Lucio Anneo Seneca
traduzione di Chiara Dammone
con
FLAVIO BUCCI
Diana Detoni
Renato Campese
impianto scenico Nicola Dellicarri
costumi di Veera Roman
musiche Domenico Clemente
messa in scena
Nucci Ladogana
Cantieri Teatrali
del Terzo Millennio
OEDIPUS
Lucio Anneo Seneca
traduzione di Chiara Dammone
con
FLAVIO BUCCI
Diana Detoni
Renato Campese
impianto scenico Nicola Dellicarri
costumi di Veera Roman
musiche Domenico Clemente
messa in scena
Nucci Ladogana
teatro

Diaghilev - Cantieri Teatrali del Terzo Millennio
OEDIPUS
Lucio Anneo Seneca
note di regia

Diaghilev - Cantieri Teatrali del Terzo Millennio
OEDIPUS
Lucio Anneo Seneca
note di regia
Per alcune popolazioni antiche il sintomo dell'indebolimento del re stava nella sua incapacità di soddisfare le esigenze delle sue mogli. «Edipo, dio della fertilità, figlio di Iocaste – afferma Mario Untersteiner, nella Fisiologia del mito - deve uccidere il vecchio dio dell'anno Laio, per affermarsi a sua volta come il ringiovanito dio dell'anno e diventare il paredro della madre».
La materia, in Omero, ha già subito una profonda trasformazione:
L'uccisione di Laio è parricidio, le nozze con Giocasta, incesto.
E Giocasta si suicida, impiccandosi.
Ma, pur perseguitato dalle ultrici Furie, Edipo continua a regnare su Tebe (Odissea, XI).
Non si accieca, non va in esilio, ché anzi viene sepolto a Tebe ed onorato con «sepolcrali ludi», quali si addicono a un sovrano (Iliade, XXIII).
Nei Sette contro Tebe di Eschilo, dal Coro apprendiamo che Laio ha violato l'ordine di Apollo, il quale per tre volte gli aveva ingiunto di morire senza figli. Da tale violazione si origina la pena che colpisce la famiglia sino alla terza generazione. Edipo si congiunge con la madre, appresa la verità si accieca, scaglia sui figli la predizione che si spartiranno il regno con la guerra.
Per Euripide (Fenicie), Edipo, cieco, vive ancora nella reggia di Tebe, ma non è piu re.
Anche Giocasta vive, e il suo suicidio è rinviato al momento in cui i figli suoi e di Edipo, Eteocle e Polinice, si uccideranno in duello. La regina si colpisce allora con la spada. La stirpe di Laio paga, anche in questa versione, per la ribellione di Laio ad Apollo. E Creonte ordina ad Edipo di abbandonare Tebe.
Questa succinta ricognizione del materiale e delle sue varianti ci consente di misurare in tutta la sua portata la perfezione del lavoro di Sofocle nel costruire l'Edipo re, perferzione già apparsa ad Aristotele (Poetica)
Il confronto tra l'Edipo di Sofocle (opera che va situata, secondo l'opinione piu comunemente accolta, tra il 430 e il 425 a. C.) e quello di Seneca, vissuto ai tempi e nella corte stessa di Nerone, potrebbe sembrare improponibile, stante la grandezza smisurata del primo. Certo Sofocle è il modello di Seneca; certo il tragico ateniese sovrasta, nella storia del teatro, su Seneca e su ogni altro tragico.
Ma anche l'Edipo di Seneca,come cercheremo di dimostrare, ha nel riflesso una sua autonomia, una validità poetica e, malgrado la diffusa contraria convinzione, una sua teatralità.
Per Sofocle, e anche per Seneca, Edipo è l'uomo che cerca la verità, e la sua azione è la ricerca della verità.
Ma quando la verità si rivela in tutto il suo orrore, Edipo è colui che sa trovare la risposta, nel nome dell'uomo e dell'ordine cosmico. La sua grandezza sta nell'addossarsi, volontariamente, le conseguenze di un passato che non ha voluto. Egli afferma la sua «autodeterminazione espiando con un atto inaudito atti non volontari, esprimendo cosè il suo assenso all'ordine cosmico e, per parte sua, restaurandolo».
Qui, e anche nella struttura della tragedia, Seneca segue Sofocle; ma non mancano neppure le innovazioni, e sono significative. Limitiamoci ad alcuni punti essenziali. L'Edipo sofocleo ci appare magnanimo, sicuro. «Voglio aiutarvi», dice al sacerdote e ai tebani che lo supplicano, da sovrano che, pensoso del suo popolo, vigila e provvede. Edipo è l'uomo cui si rende omaggio, la guida, il sostegno, il salvatore. L'Edipo di Seneca, invece, ci si rivela subito turbato, oppresso da un senso di angoscia e da presentimenti, già dubitoso che esista una connessione tra la sua persona e la peste che infuria. La descrizione dell'epidemia, fatta da Edipo e ripresa ed allargata dal coro, è molto piu insistita ed esacerbata che in Sofocle.
Ma un altro punto ci sembra essenziale: il modo con cui Edipo ricupera, nel ricordo, quel giorno lontano in cui gli accadde di uccidere uno sconosciuto.
L'uccisione di Laio, in Sofocle, è narrata da Giocasta al coniuge, il quale, nell'apprendere che il fatto avvenne a un trivio, si sente sconvolto, smarrito, e tempesta la donna di domande.
In Seneca la notizia del delitto del trivio è data a Edipo da Creonte, ed Edipo sulle prime non sembra darvi peso, forse anche per l'arrivo di Tiresia e Manto. Ma piu tardi il ricordo del fatto ,sanguinoso riemerge lentamente, spontaneamente in lui, che da ciò è spinto a interrogare Giocasta sui particolari del fatto.
L'Edipo di Sofocle aveva dimenticato, quello di Seneca rimosso, cancellato il ricordo.
Abbiamo indicato soltanto le discordanze che, a nostro avviso, sono determinanti per una definizione della tragedia senechiana, la quale è, nella sua ragione piu vera, un viaggio nel buio della coscienza, compiuto sotto la spinta di un senso di colpa che, fortissimo nell'artista, è altresì latente in tutta una società. Inquieto sin dall'inizio, Edipo è l'uomo che porta in sé una piaga segreta. Per questo lo scatenarsi della peste ha suscitato in lui un'angoscia quasi insostenibile, inducendolo ad istituire, sia pure confusamente, un rapporto tra sé e quel misterioso contagio. «Un'epoca di angoscia» , un'epoca in cui vivere richiedeva piu coraggio di quel che l'uomo medio possedesse, in cui si temevano i malefici, e la superstizione dominava, e pullulavano astrologi e indovini, e il risentimento contro il mondo, per un effetto di introiezione, diveniva risentimento contro l'ego. Seneca avverte in anticipo questa atmosfera e, prima che sia manifesta e diffusa, ne esprime il turbamento. La chiave psicologica è dunque la più idonea per penetrare quella tragedia notturna che è l'Edipo di Seneca. E poiche noi crediamo nella sua teatralità, cioè nella sua capacità di reggere alla prova della scena, dinanzi al pubblico di oggi, lo spettacolo tenta di rappresentare quella discesa nelle tenebre della psiche che Edipo realizza. Una strada diversa, in breve, da quella seguita da Peter Brook nella sua messinscena al National Theatre di Londra, con John Gielgud come protagonista.
Brook optò per l'eclettismo, tra Artaud, il Living e Brecht, con il coro che, in palcoscenico e in platea, cercava di coinvolgere, emozionalmente, il pubblico, ed un protagonista che recitava verfremdet, distanziato. Il tutto nella cornice di un «teatro sacro» e di «magia rituale».
La chiave psicologica, che qui si propone, non va, ovviamente, nel senso della verosimiglianza dei personaggi ma in quello, ben più impegnativo, della raffigurazione metaforica del processo che investe l'interiorità di un individuo che vive e soffre, e sconta, il turbamento della sua collettività.
La formula calza benissimo a Edipo, alle prese, piu che con il Fato, con la sua coscienza, con il suo implacabile super-ego. Quando Giocasta cerca di placarlo, di riconciliarlo con se stesso, riversando sul Fato ogni colpa (Fati ista culpa est: nemo /it fato nocens), Edipo si ribella, non potendo accettare questa scappatoia, questa evasione dal suo io. E nelle Fenicie alla domanda di Quem genitor fugit (Chi fuggi padre?) rispone perentorio: Me fugio (Fuggo me stesso) Ed è proprio l’indicazione che Seneca cerca di insinuare in Nerone nel periodo più maturo del suo regno. Nella cornice della Domus Aurea, residenza del tiranno, Seneca immagina di rappresentare con lo stesso imperatore protagonista la disperata ricerca dell’io smarrito tentando un disperato recupero di umanità e di valori che il tempo presente , il primo secolo dopo la nascita di Cristo, aveva smarriti.